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L'Autrice Sarda Premio Nobel: Grazia Deledda

Sono piccina piccina, sa, sono piccola anche in confronto delle donne sarde che sono piccolissime, ma sono ardita e coraggiosa come un gigante e non temo le battaglie intellettuali.

Una piccola ma immensa donna, dunque, Grazia Deledda. Nata a Nuoro nel 1871 e morta a Roma a 65 anni, dieci anni dopo aver ricevuto il Premio Nobel per la letteratura. Nel 1926, a Stoccolma, la piccola immensa donna italiana pronuncia un indimenticabile discorso di ringraziamento per il premio ricevuto.

Sono nata in Sardegna. La mia famiglia, composta di gente savia ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e aveva anche biblioteca. Ma quando cominciai a scrivere, a tredici anni, fui contrariata dai miei. Il filosofo ammonisce: se tuo figlio scrive versi, correggilo e mandalo per la strada dei monti; se lo trovi nella poesia la seconda volta, puniscilo ancora; se va per la terza volta, lascialo in pace perché è poeta. Senza vanità anche a me è capitato così. Avevo un irresistibile miraggio del mondo, e soprattutto di Roma. E a Roma, dopo il fulgore della giovinezza, mi costruii una casa mia dove vivo tranquilla col mio compagno di vita ad ascoltare le ardenti parole dei miei figli giovani.

La formazione di questa creativa scrittrice (ha pubblicato 56 opere in  40 anni di lavoro, tradotte anche all’estero) è stata da autodidatta in quanto frequentò le elementari a scuola e studiò in casa con un precettore privato, in una terra dove l’aspirazione letteraria femminile non solo non veniva premiata ma era palesemente biasimata.Ho avuto tutte le cose che una donna può chiedere al suo destino, ma grande sopra ogni fortuna la fede nella vita e in Dio. 

Lo scrivere era la sua vita e dipinse il carattere agreste della sua isola, che conobbe grazie anche alle fughe a cavallo fatte con il fratello Andrea che la portava fra pastori e amici così che lei potesse assorbire i personaggi, e i paesaggi stagionale per poi riversarli nei suoi preziosi scritti.

Ho vissuto coi venti, coi boschi, colle montagne. Ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo. Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo.

 

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di Daniela Toti

 

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