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L'Abbamele

Lui si chiama Pietrino, Zi' Pietrino, ormai in pensione, e seduti qui sulla terrazza del Gabbiano Azzurro Hotel & Suites, affacciato sul mare che anche oggi ha un colore nuovo e variegato, mi fa assaggiare qualcosa di cui non supponevo nemmeno l'esistenza: l'abbamele, o ’abbathu', colato sopra una pregiatissima ricottina di colostro ovino, dal sapore delicato, prodotto con il latte ottenuto nei primi giorni di nascita dell’agnellino… una delizia di cui si cibava sicuramente la Dea Madre (vedi Il Culto della Dea Madre) al tempo dell’era nuragica. Chiedo a Zi’ Pietrino di raccontarmi dell’abbamele, che lui in gioventù ha prodotto e che oggi, da consumatore competente, si procura da apicoltori dedicati alla tradizione e alla bontà genuina del prodotto.

E Zi’ Pietrino inizia il suo affascinante racconto. 

Prima dell’uso degli alveari moderni, gli sciami di api erano tenuti dentro un cilindro di sughero, il cosiddetto “bugno rustico”, chiamato Su Casiddu, eccezionalmente ancora usato dagli amatori della tradizione, nel quale si mettono a metà due legni in croce che serviranno a sostenere il peso del favo carico di miele. Per poterlo raccogliere bisogna estrarlo con le mani oppure tagliare la parte più ricca di miele con una lama. Il favo estratto, messo in un contenitore di metallo o di sughero, si porta a casa dove viene pulito. Si inizia la smielatura, con una prima spremitura con le mani o con il torchio. Con la smielatura fatta a mano, quella tradizionale, si ricava un miele più ricco di proteine e valori nutritivi, perché contiene più polline e quindi più vitamine. Il miele viene poi raccolto in vasi di terracotta o di vetro.  I favi contenenti miele residuo e polline, vengono immersi in acqua calda (~ 50 °C) cosicché la cera si scioglie liberando il miele residuo ancora contenuto nella cera. La cera affiorante viene ulteriormente spremuta e messa via in appositi contenitori. L’acqua che resta viene filtrata un paio di volte con un panno di lino e quindi messa a bollire con delle bucce d’arancia, o di limone, tagliate finemente o anche con mele cotogne, eliminando poi le impurità che salgono in superficie durante la bollitura. Si continua a mescolare perché non si attacchi sul fondo del pentolone, nel qual caso potrebbero comparire sentori di torrefazione.  La cottura lenta ne aumenta la consistenza anche grazie alle bucce degli agrumi e delle mele cotogne. Quando il liquido assume una compattezza simile a quella del miele, si interrompe la cottura e si lascia raffreddare. L’abbamele è pronto da mettere nei barattoli di vetro, per essere consumato sul pane per colazione o merenda. 

È ottimo servito sulla ricotta fresca, come lo sto gustando io ora, sulle seadas, nello yogurt, gelato, budino e macedonie di frutta, e Zi’ Pietrino lo usa anche per condire l’insalata al posto dell’aceto balsamico. Nell’abbamele ritroviamo le proprietà salutari del miele e della propoli che sappiamo essere dotati di qualità antibiotiche, antimicotiche, antivirali, antinfiammatorie, immunostimolanti, antiossidanti, anestetiche, cicatrizzanti e vaso protettive. È un alimento energetico utilissimo agli sportivi, ai giovani ed agli anziani e alle persone convalescenti.

Racconta Zi’ Pietrino che un tempo i contadini spesso barattavano l’abbamele con lardo o stoffa o altri alimenti, perché la tradizione contadina dice che nulla di ciò che regala la natura può essere buttato. Aggiunge con orgoglio che l’abbathu o abbamele è uno dei più antichi prodotti gastronomici della cultura rurale della Sardegna, oggi ufficialmente iscritto tra i prodotti tradizionali dell’Isola.

Guardo questo volto vissuto di un uomo che sa raccontare le tradizioni con l’orgoglio che un figlio ha quando parla della madre. Mi verrebbe voglia di abbracciarlo, ma non posso farlo perché lo imbarazzerei. Prendo in mano il barattolo di abbamele e lo stringo al cuore dicendogli solamente “grazie”.

“Il miele è l’epopea dell’amore, la materialità dell’infinito.

Anima e sangue dolente dei fiori condensata attraverso un altro spirito.

E l'anima superiore è dei fiori. O liquore che hai unito queste anime!

Chi ti gusta non sa di inghiottire l'essenza dorata del lirismo.”

(Federico Garcia Lorca - dal " El canto de la miel")

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di Daniela Toti

Foto credits Laura Mor

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