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Archeoacustica

Ecco un argomento affascinante nel quale mi sono imbattuta casualmente: l’Archeoacustica, una nuova scienza che si rivela particolarmente rilevante nel capire le reali funzioni di determinati siti archeologici, come pure di alcuni antichi manufatti. Fino a pochi anni fa, l’archeologia studiava solo l’aspetto più tangibile dei reperti archeologici cioè la loro parte fisica.  Oggi l’Archeoacustica potrebbe davvero farci comprendere che il trapassato remoto non è muto, ma è sempre stato pieno di sonorità, messaggi per chi li volesse ascoltare. 

Immaginiamo il suono del battere sulla pietra degli artigiani o artisti, per sentirne la risonanza cercando nella pietra il punto fondamentale, per poi farla vibrare e per domarla lavorandola. È un’azione senza tempo, fatta sin dall’inizio della storia. Le pietre, le ossa della terra. Ossa interrate nella madre terra, quasi radici di vita. L'uomo primitivo conosceva la natura e le vibrazioni della sua energia, una risonanza che gli parlava.

L’effetto acustico era importantissimo nelle società del passato che comunicava attraverso il suono. Pinuccio Sciola: Scultore e Muralista Sardo , ne aveva recuperata l’arte: ascoltava la sonorità della vibrazione della pietra attraverso la carezza, e non la percussione. Lui, che dichiarava di essere nato da una pietra, dalla quale estraeva il suo canto ascoltandone il battito, la risonanza, l’energia, proprio come facevano gli antichi antenati sardi.

Con molta probabilità l’Archeoacustica c’è sempre stata, ma solo ora noi uomini "moderni" ne vorremmo recuperare il segreto perduto. Negli anni Sessanta, alcuni studiosi hanno provato a individuare possibili fenomeni acustici “registrati” su antichi vasi di terracotta, che potessero essere “leggibili” come un disco in vinile con i suoi solchi, cercando di recuperare suoni emessi durante la loro realizzazione. Era una teoria forse troppo fantasiosa ma sicuramente eccezionale. Si trattava di provare ad estrarre suoni dai reperti archeologici, magari la voce degli artigiani che li avevano costruiti e i rumori presenti nel loro ambiente mentre producevano le loro opere. La loro mano, infatti, vibrando avrebbe trasmesso la vibrazione all’attrezzo che stava usando, un bulino, uno scalpello o un qualsiasi utensile per lavorare l’argilla. I solchi formati sull’oggetto a loro volta avrebbero inciso quel suono. È il principio del grammofono. Immaginare un discorso di 5000 anni fa, riuscire ad ascoltarne una sillaba o una parola pronunciata da un vasaio o da un fabbro… che esperienza elettrizzante! Ma la ricerca, non avendo prodotto risultati interessanti, venne sospesa.

Nel 2003 due studiosi scrissero un libro, Archaeoacoustics. Più concretamente, il libro studia la funzione del suono, dall’antichità più remota fino al XIX secolo. È stato infatti scoperto che alcune antiche strutture (tombe megalitiche, caverne dipinte risalenti al paleolitico, siti archeologici vari, chiese romaniche) possiedono caratteristiche sonore così particolari da indurre i ricercatori a cercare le motivazioni che ispirarono i loro edificatori. 

Alcuni complessi archeologici sono stati chiaramente costruiti per attutire al massimo i rumori esterni, per creare un isolamento mirato ad esaltare la sonorità all’interno. Nel passato si riteneva che i suoni mettessero in comunicazione con il divino, per cui si è confermata l’ipotesi che nel costruire le strutture sacre gli antichi tenessero in grande considerazione lo sfruttamento dei suoni, ottenendo dalle pietre effetti sonori molto particolari, anche con le voci maschili, dotate di bassa frequenza con una lunga lunghezza d’onda. Voci forse usate per favorire la psicoterapia durante i riti sciamanici. 

Si arriva anche ad immaginare che chi realizzava gli ipogei, ben conoscesse la mente umana per ottenere che gli stati di coscienza potessero essere influenzati da fenomeni acustici. Essi potevano anche essere condizionati da stati allucinogeni, o di torpore, magari provocati dal succo di Euphorbia, sa lua, pianta molto diffusa in Sardegna. (vedi ALLUAI! Pesca con il succo di euforbia).

Perché pensare che l’uomo primitivo non fosse a conoscenza dell’Archeoacustica? La realizzazione delle opere che ci ha lasciato ci potrebbe dire molto di più di quanto abbiamo voluto o potuto udire sinora. I fenomeni acustici prodotti all'interno dei siti archeologici derivanti dalle voci, dal vento, dall’acqua o da sbalzi termici, che creavano malie mistiche attribuibili all’aldilà, ci possono confermare che le pietre sono state usate sapientemente anche come strumenti, e non solo come strutture architettoniche.

Ditemi la verità: l’Archeoacustica ha appassionato anche voi!

“Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà.” Bernard de Clairvaux

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di Daniela Toti

Nella foto: ipogeo a San Salvatore - foto Laura Mor

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