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Maria Carta

Maria Carta, con una voce che possedeva echi caldi del sole rovente e cupi del profondo delle grotte, ha cantato la Sardegna come mai una donna aveva fatto prima di lei.  I suoni di un passato antico, i miti, le leggende che hanno le radici nel cuore della cultura più popolare dell’isola sono state celebrate dalla sua meravigliosa voce. Ci ha regalato ninne nanne e liturgie, i gosos (canti devozionali e paraliturgici), canti d’amore, di trallallera e antiche danze, canti di morte e disisperade galluresi. È stata una custode di canti tradizionali, ne ha ritrovati e studiati tantissimi, difendendoli dall’oblio nel quale sarebbero probabilmente scaduti.

Maria Carta è nata nel Logudoro, a Siligo (Sassari) nel 1934, da una famiglia povera che strappava alla terra la propria sopravvivenza. Era una bambina piccola, magrissima, con grandi occhioni scuri, che rimase orfana del papà troppo presto, come lei stessa scrisse: “è morto di povertà”. Accolta in casa di una zia, a otto anni andò a servizio dalla sua madrina. Raccontava*: “In inverno c’era da sarchiare il grano, filare la lana, lavare i panni al fiume, raccogliere le olive. Andavo a giornata con le raccoglitrici: frustavano gli alberi e le olive grandinavano a terra, io con la mia mano di bambina ero velocissima e a sera avevo colmato quattro misure, come le donne grandi”. E nel crescere prestava molta attenzione alle tradizioni della sua gente, ai canti della sua terra. Raccontava*: «Per la strada cantavo sempre, i pastori quando mi sentivano dicevano oggi Maria è di fiume…quando avevo paura, correvo e cantavo. Ho sempre detto che scacciavo le Ombre dalla mia strada solo attraverso la mia voce”. La domenica andava in chiesa e non vedeva l’ora di cantare. Aveva scoperto di avere una voce più grande di lei, scura come una caverna, e a messa imparò il canto gregoriano che non avrebbe dimenticato mai.

La magia riempì l’infanzia di Maria: oltre ad altre, c’erano le Panas, le donne morte di parto che tornavano a lavare i panni del loro bambino e Maria cantava ad alta voce per esorcizzare quelle presenze. Da più grande cantò nelle piazze durante le sagre paesane. In quelle occasioni c’erano i los cantadores che intonavano i Canti di Sardegna. Da loro Maria imparò tutti i canti della tradizione logudorese. Canti di morte e di gioia che continuò a interpretare, rielaborare, riarrangiare per tutta la vita.

Maria cresceva e diventava così bella che nel 1957 vinse il concorso Miss Sardegna. Lei, che racchiudeva nella sua bellezza la fierezza e la grazia del portamento raffiguranti la natura intoccabile e indocile della bellezza sarda.

 All’inizio degli anni Sessanta lasciò la Sardegna e raggiunse Roma. “ho buttato il mio cordone ombelicale come un’ancora, - disse - sicuramente è ancora lì, impigliato nel punto più alto di Tavolara.” Frequentò il centro studi di musica popolare dell’Accademia di Santa Cecilia. Ridonò con la sua voce la presenza femminile nel canto gregoriano sardo perché in Sardegna il canto era considerato un’esclusiva maschile. In Sardegna però l’accusavano di aver “commercializzato” la canzone sarda. Non capivano che lei stava nobilitando quel canto, elevandolo a patrimonio nazionale. Ma lei non si è mai arresa, contrapponendo al loro "perchè in Sardegna le donne non cantano” il suo “perché in Sardegna il canto è nato femminile, ai tempi del matriarcato”.

A Roma attraverso Ennio Morricone fece uscire il suo primo album intitolato Paradiso in re. Nel 1972 tornò in Sardegna per un recital a Sìligo, l’unico tenuto nel paese natio. Racconterà*: «A un certo punto ho annunciato Sa Disisperada, una canzone dell’alba, del risveglio che viene dalle arcaiche tradizioni popolari sarde. Da sotto il palco un vecchietto mi ha guardato dicendomi qui ti voglio vedere…alla fine zio Gerolamo, così si chiamava il vecchietto, piangeva». Sa Disisperada, è un canto tra i più difficili del repertorio tradizionale proveniente dalle origini più antiche della cultura sarda. Ma Maria non li deluse e a Sìligo cantò quel giorno con successo anche il Trallallera gallurese.

Da allora in poi una carriera sempre in salita che comprenderà documentari con la Rai, con Riccardo Cucciolla prima e con la regia di Gianni Amico poi. Sarà al Teatro Argentina a Roma, terrà un importante concerto al Bol’šoj di Mosca e altri concerti in tutta Europa. Nel 1973 unì la sua voce con quella di Amália Rodrigues in una serie di concerti, con grande successo. Tra il 1977 e il 1988 recitò al cinema per Pasolini, Coppola, Zeffirelli, Rosi, Tornatore. Nel 1973 fu a teatro con la Medea e nel 1992 con Teresa D’Ávila. Era spesso ospite in TV. Diventò popolare in Francia all’Olympia e al Théâtre de la Ville. Maria Carta tenne il suo ultimo concerto a Tolosa, in Francia, il 30 giugno 1993. Malata da tempo di tumore, morì nella sua casa di Roma all'età di 60 anni.

“…i canti in lingua logudorese di Maria dicono la vita di un popolo, di quel popolo che lei ama e che canta liberando la sua voce stupenda, la forza esistenziale del suo sentire.” 

(*Giuseppe Dessì)

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di Daniela Toti

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