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Nule E Il Tappeto Sardo

Il tappeto sardo non è solo quello da pavimento: in Sardegna è usato anche per coprire le cassapanche. Le sue origini pare siano lontanissime, quelle delle stuoie tessute già nel neolitico. Poi nell’epoca romana e bizantina si può già parlare di tappeti.

Essendo la tessitura una delle attività artigianali più diffusa in tutta l’isola, si distingue prevalentemente dalle decorazioni (in sardo, mostras), suddivise in motivi geometrici, dei vegetali, del mondo animale, dei simboli araldici e delle figure mitologiche. Per la tessitura di tovaglie, tende e cuscini di lino si usa una tecnica molto laboriosa chiamata a ranos (chicchi di grano) o a pibiones (acini d'uva) dove un filo più grosso di trama supplementare viene portato a rilievo formando gli anellini o pippiolini che formeranno il motivo decorativo.

Nule è famosa per i tappeti fatti a mano in lana sarda, un paese dove tessere in modo artigianale, secondo l'antica tecnica che utilizza il telaio verticale, è l’arte. Si producono tappeti in lana lavorati a tessitura liscia con motivi prevalentemente a fondo scuro, oppure il  tipico tappeto a fiamma.

Quando visitammo Nule fu una gita indimenticabile. Andavamo a vedere il lavoro di una tessitrice che mi era stata indicata da amici. Dal Gabbiano Azzurro Hotel & Suites sono 94 chilometri che si fanno in un’ora e mezza. Un lungo tratto di strada senza incontrare anima viva, senza segni di abitato, solo l’aspra meravigliosa natura sarda. Ci fermiamo per respirare quell’aria pulita che odora di terra, di vento e di elicriso e in lontananza sentiamo lo scampanio di greggi che pascolano. Arrivati al paesino, ci rendiamo conto con piacevole sorpresa che è giorno di festa. Infatti incontriamo donne che vestono abiti tradizionali, gonne lunghe nere con una balza colorata, camicie bianche e giacchino nero. Il capo coperto da un fazzoletto nero oppure bianco ricamato. Alcuni uomini, anch’essi vestiti tradizionalmente, sono a cavallo, trottando lungo le stradine. I più vecchi in completo nero e cappello, siedono sulle sedie davanti alle soglie di casa, le mani appoggiate al bastone e si godono la passeggiata. Dietro le tende di pizzo bianco delle finestre una mano femminile scosta leggermente il merletto per uno sguardo sulla strada. Siamo catapultati in un mondo senza tempo, meravigliosamente vivo e vero. Troviamo il laboratorio che cerchiamo. E’ una ragazza giovane, innamorata del suo lavoro che ci introduce con grande entusiasmo alla storia del tappeto sardo.

Una volta era usanza che la famiglia preparasse il corredo per la figlia che prendeva marito, per poi riporlo in una cassapanca fatta appositamente fabbricare ed intarsiare dal "maistru de linna", il maestro del legno. La cassapanca veniva protetta dal "coperibanga" o "copericascia",  il copri-cassapanca o copri-cassa tessuto in lana. La stessa lavorazione sarà usata anche per tappeti, coperte, cuscini, arazzi e tende, rendendo di valore l’arredamento della futura domus.

Dopo la tosatura, la lana della pecora sarda viene lavata, asciugata al sole e cardata per poter essere lavorata al telaio. Quindi si procede alla tintura con colori di origine animale o vegetale (oggi si stanno affermando i colori chimici di più facile reperimento). Dall'erba Corsa (su trubiscu) si ottiene il nero, dal lentischio (su moddizzi) e dallo zafferano (su zaffaranu in sardo - famoso è lo zafferano di San Gavino) il giallo, dalla robbia (l'orixedda) il rosso, dal Guado (guado) il blu indaco e infine dal frassino (ollastu de arriu) il marrone. Questi alcuni dei colori vegetali.

I telaio che ci mostra la nostra ospite è verticale e antico, in legno di quercia,  come si usa nelle regioni della Barbagia e del Goceano (a cui appartiene Nule). Il tappeto in lavorazione è con motivi fiammati dove rosso, blu e verde ricordano motivi esotici.

Torniamo a casa che è già notte. Nel bagagliaio abbiamo un prezioso ricordo della gita: un vero, tradizionale bellissimo tappeto sardo.

La vita è un arazzo e si ricama giorno dopo giorno con fili di molti colori, alcuni grossi e scuri, altri sottili e luminosi, tutti i fili servono.” (Isabel Allende)

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di Daniela Toti

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