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Sa Figu Morisca: Il Fico D'India 0 Comments

Sa Figu Morisca: Il Fico D'India

Vi siete mai soffermati ad osservare la bellezza del fico d’India? Tra Aprile e Giugno la pianta fiorisce in tutto il suo splendore. Tutt’intorno alle forti pale verdi spunta una corolla di fiori bellissimi: gialli, arancioni rosa, violetti e rossi. Poi il fiore appassisce sotto il fiore cresce il frutto, prima cilindrico poi sempre più ovoidale. Il colore del frutto segue il colore che era il fiore: dal giallo in diverse sfumature fino ad arrivare al rosso tanto da sembrare un decoro natalizio in piena estate. Con la tecnica della scozzolatura, cioè il taglio dei fiori della prima fioritura, di maggio-giugno, si ottiene una seconda fioritura, più abbondante, con una maturazione più ritardata, in autunno. I frutti che maturano già in agosto, detti agostani, sono più piccoli mentre i tardivi, maturi in autunno, sono più grossi e succulenti. Gli agostani non hanno bisogno di irrigazione, mentre è richiesta per la produzione dei frutti pronti in autunno. 

La Sardegna è il clima ideale per il Fico d’India, chiamato in sardo Sa Figu Morisca, pianta nativa del Messico ma diffusa e ben adattata al clima in Sardegna e in tutto il bacino mediterraneo. Ha  una forte resistenza alla siccità, grazie al metabolismo che la protegge dal disperdere i liquidi. Per avere un’idea, pensate che in un ettaro di coltivazione queste piante possono conservare nelle loro pale fino a 180 tonnellate di acqua. La buccia è ricoperta di spine che però non spaventano i veri estimatori che desiderano gustare la polpa senza spinarsi, perché sanno come coglierlo. Usando una canna speciale lunga circa 1,5-2 metri, la parte più larga della base deve essere aperta in tre parti  lunghe 15-20 cm con un coltello o pattada (tipico coltello sardo). Inserendo  un tappo di sughero o una pietra della stessa misura all'interno delle 3 fessure per tenerle aperte, si lega la base con un filo di ferro o una corda, in modo che i tre segmenti rimangano aperti come una forcella da raccolta. Non appena i frutti vengono raccolti, i fichi d'india vengono immersi nell'acqua per sciacquare le spine che si depositano sul fondo del bacino, quindi vengono messe ad asciugare. Tenendo il frutto bloccato sul piatto con la forchetta, si tagliano via le due estremità e si pratica un taglio verticale sulla buccia, per poi aprirla con coltello e forchetta. Ed ecco il frutto succulento e profumato pronto da essere assaporato. 

Le proprietà della pianta sono tantissime: efficace nella cura del diabete, nel controllo del tasso di colesterolo nel sangue, nel trattamento del sovrappeso, dei disturbi gastrointestinali e delle malattie cutanee. Il succo estratto dai frutti è diuretico e lassativo. Le foglie sono fonte di fibra, di vitamine (A, B1, B2, B3 e C), e di minerali. In Sardegna il fico d’India è molto utilizzato: il frutto si consuma fresco o in confetture. Dal succo si ottiene un ottimo liquore e una sapa (concentrato di succo e polpa), utilizzata in sostituzione della sapa di mosto d’uva, che ha ottenuto il riconoscimento di Prodotto Tradizionale.

Per la FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, i fichi d’India sono il cibo del futuro che ci salveranno dalla fame, dalle variazioni climatiche, dalla desertificazione che procede incontenibili e dal boom demografico, perché resistono alla siccità, assorbono l’anidride carbonica. Coltivando queste piante “umili”, si potrebbero sfamare milioni di persone nelle aree più povere e aride del pianeta e si possono ottenere ottimi mangimi per gli animali da allevamento. La FAO ha messo a punto uno studio chiamato “Crop Ecology, Cultivation and Uses of Cactus Pear” dove ha indicato tutti i vantaggi dei fichi d’India. Da un ettaro di coltivazione si riescono a ottenere ben 20 tonnellate di frutta, e dove vengono utilizzati sistemi di irrigazione si può arrivare anche a 50 tonnellate. Le foglie giovani e i germogli possono essere usati per frittate, zuppe, insalate e altro ancora. In Sardegna per il momento non esiste una stima precisa dell’area coltivata a fico d'India, ma ha preso piede in diverse località dell'isola (Villacidro, Oschiri, Dolianova, Uta, Sardara e Serrenti), esempi da seguire per le logiche della coltivazione. 

L’inserimento dell’uso di siepi di fico d’India  potrebbe essere un’ottima idea per scoraggiare i predoni umani, e addirittura attirare l'usignolo d'Africa!

“… erano di pietra celeste, tutti fichidindia, e quando si incontrava anima viva era un ragazzo che andava o tornava, lungo la linea, per cogliere i frutti coronati di spine che crescevano, corallo, sulla pietra dei fichidindia.”  (Elio Vittorini)

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di Daniela Toti

Foto di Laura Mor

 

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