“La Cultura Costruttiva Nell’Età Nuragica” Di Serena Noemi Cappai 0 Comments
di Daniela Toti
Ho aperto il libro di Serena Noemi Cappai, "La cultura costruttiva nella Sardegna nuragica – Tecniche, processi e artifici costruttivi" (Carlo Delfino editore), quasi con la curiosità di una viaggiatrice che entra per la prima volta dentro un nuraghe. Non immaginavo che quelle pagine avrebbero trasformato la lettura in un dialogo con la Sardegna più antica, quella che parla attraverso le pietre.
Cappai racconta che i maestri nuragici, oltre 3.000 anni fa, usavano strumenti semplici eppure straordinari: corde, pali, filo a piombo. Mi fermo a pensare a quelle mani che tendevano linee invisibili nell’aria, creando geometrie perfette senza compassi né numeri. È come se vedessi il cantiere nuragico prendere forma davanti a me: uomini, e forse donne, che tracciano lo spazio con la stessa sicurezza con cui noi oggi disegniamo su carta.
E poi leggo delle pietre disposte in aggetto, cioè che sporgono dalla parete, collocate con precisione millimetrica per ridurre spinte e scaricare i pesi. Mi sorprende la loro intelligenza costruttiva: nessun calcolo scritto, solo esperienza, osservazione, memoria condivisa. Ogni pietra diventa un atto di fiducia verso la struttura, un tassello che contribuisce alla stabilità di torri alte fino a 20 metri.
Il libro mi porta a stupirmi su una verità sorprendente: i costruttori nuragici non avevano simboli matematici né sistemi scritti, eppure applicavano regole geometriche di grande rigore. Le proporzioni, gli equilibri nascevano da un sapere tramandato oralmente e sperimentato nei secoli.
Cappai lo definisce una “regola dell’arte empirica”, e mentre leggo mi accorgo che questo rende i nuraghi ancora più affascinanti. Non teoria, ma pratica viva: la scienza che nasce dal fare.
Mi ritrovo a domandarmi se non sia questa la vera essenza della cultura nuragica: un’architettura che parla con le pietre, che custodisce un linguaggio silenzioso eppure potente, fatto di linee invisibili, di proporzioni che ancora oggi ci commuovono.
L’autrice non si limiti alla parte tecnica, ma restituisca dignità culturale a questa sapienza. Quante volte i nuraghi sono stati descritti solo come “torri misteriose”, quasi ridotti a curiosità archeologica? Cappai ci ricorda invece che dietro quelle pietre c’è un sapere collettivo e rigoroso, capace di attraversare i millenni.
È come se il libro mi dicesse: guarda meglio, ascolta le geometrie, scopri che la Sardegna dell’età del Bronzo era pienamente inserita nel Mediterraneo, dialogava con altre culture e trasformava conoscenze in arte architettonica.
Ecco l’emozione provata a Barumini, davanti a Su Nuraxi. Il senso di vertigine dentro la torre centrale, e ora capisco meglio da dove nasca quella solidità: dall’equilibrio sapiente delle pietre in aggetto, dal filo a piombo che guidava l’occhio, dalle proporzioni custodite come un segreto collettivo.
E penso che ogni nuraghe, dal maestoso Complesso Nuragico di Santu Antine fino al solitario nuraghe sul colle che si staglia contro il tramonto, sia un libro aperto: basta fermarsi ad ascoltarlo.
Se anche voi siete curiosi di lasciarvi sorprendere dalla cultura costruttiva nuragica, leggete il lavoro di Cappai. È un ponte tra archeologia e vita, tra tecnica e poesia.
Visitare un nuraghe non è mai solo turismo, è un incontro con l’anima profonda della Sardegna. E dopo una giornata trascorsa tra torri millenarie, nulla è più bello che tornare al mare cristallino di Golfo Aranci.
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