Borore, Dove l’Acqua Non Ha Mai Smesso di Essere Sacra 0 Comments

Borore, Dove l’Acqua Non Ha Mai Smesso di Essere Sacra

di Daniela Toti

 

In Sardegna esistono luoghi in cui la storia non si presenta per capitoli ordinati, ma per sovrapposizioni. Borore è uno di questi. Qui, l’acqua non ha mai cambiato ruolo: ha solo cambiato linguaggio.

La Fonte Sacra di Uore dista 146 km dal Gabbiano Azzurro Hotel & Suites e ci si arriva in 1 ora e 43 minuti. Situata nell’area archeologica omonima, a breve distanza dalla Tomba dei Giganti di Uore, conserva oggi solo frammenti leggibili della sua origine nuragica. Della struttura antica rimangono le parti inferiori, inglobate in murature rimaneggiate, mentre ciò che appare in superficie è il risultato di interventi più recenti.

Al centro del complesso si erge infatti una stele moderna, decorata con spirali e simboli ispirati all’iconografia arcaica sarda. Non si tratta di un manufatto nuragico, ma di una collocazione novecentesca, pensata per segnalare e monumentalizzare la sorgente. Un gesto che racconta, a suo modo, il desiderio contemporaneo di “ricostruire” il sacro, anche quando le forme originarie sono andate perdute.

Ciò che invece non è mai scomparso è l’elemento essenziale: l’acqua.

Alla base della struttura, una piccola apertura lascia ancora sgorgare la sorgente. È questo il dato più autentico e significativo. L’acqua che emerge oggi è la stessa che, in età nuragica, doveva essere considerata speciale, capace di guarire, purificare.

La fonte di Uore non era un elemento isolato, ma parte di un paesaggio rituale complesso. Nelle immediate vicinanze si trovano il Nuraghe Toscono e la Tomba dei Giganti di Santu Bainzu, databili all’età del Bronzo e all’età del Ferro, circa 1700–500 a.C., a conferma di un territorio nuragico abitato e con strutture rituali, dove la presenza dei morti, dei vivi e delle divinità si intrecciava nello stesso spazio.

Con l’arrivo dei Romani, il significato dell’acqua si trasforma. In molte aree della Sardegna interna, le sorgenti già venerate in epoca nuragica vengono nuovamente valorizzate, dando origine a impianti termali o a luoghi di cura. A breve distanza, sono ancora visibili i resti di un impianto termale di età romana, databile tra il 1° e il 3° secolo d.C., oggi particolarmente suggestivo. Le murature, le vasche e l’organizzazione degli spazi raccontano un’idea dell’acqua non più solo sacra, ma anche terapeutica e sociale. Togliersi le scarpe e camminarci dentro a piedi nudi viene spontaneo. L’acqua è calda, in alcuni punti bollente. Meravigliosa. Un luogo che, ancora oggi, colpisce per la sua bellezza silenziosa e per la continuità del rapporto tra uomo e sorgente. 

È continuità culturale: l’acqua resta centrale, mentre cambiano i rituali, le lingue, le divinità invocate. Dal culto nuragico al benessere romano, la sorgente mantiene il proprio prestigio simbolico.

Oggi, la Fonte Sacra di Uore appare come un luogo fragile e resistente insieme. Le murature antiche convivono con aggiunte moderne; la stele cerca di restituire visibilità a ciò che non è più integro. Ma l’acqua continua a parlare. E racconta una Sardegna lontana dalle coste, dove la storia non è spettacolo, ma sedimento.

Borore non è soltanto un punto sulla carta archeologica dell’isola. È un esempio raro di fedeltà del paesaggio: per millenni, uomini diversi hanno riconosciuto nello stesso luogo un valore profondo. Cambiavano i nomi, i riti, i poteri. L’acqua, no.

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