La Madre Dell’Ucciso: Dalla Sardegna Nuragica A Francesco Ciusa 0 Comments
di Daniela Toti
Ci sono immagini che attraversano i millenni senza perdere la loro forza. Una di queste è il dolore di una madre che piange il proprio figlio morto.
In Sardegna questa immagine compare due volte nella storia dell’arte: una nel mondo antico della civiltà nuragica e l’altra nel Novecento, nella celebre scultura La Madre dell’Ucciso di Francesco Ciusa. Due opere lontane nel tempo di quasi tremila anni, ma unite dalla stessa intensità umana.
Nel territorio aspro e spettacolare della Sardegna centro-orientale, tra montagne scoscese, gole profonde e grotte, nel sito di Sa Domu 'e S'Orcu, vicino a Urzulei, fu ritrovato un piccolo bronzetto di tremila anni fa che gli studiosi hanno chiamato proprio La Madre dell’Ucciso.
La statuetta, alta circa dieci centimetri, raffigura una donna seduta che tiene tra le braccia un uomo adulto. La donna solleva la mano destra in un gesto di preghiera, mentre con la sinistra sostiene il figlio con evidente sforzo. Il figlio è rappresentato come un uomo adulto e porta il tipico pugnale e il copricapo dei guerrieri nuragici.
Una Pietà prima della Pietà
Se chiudiamo gli occhi e pensiamo alla celebre Pietà di Michelangelo, la somiglianza iconografica è sorprendente: una madre che accoglie tra le braccia il figlio morto.
Naturalmente non si tratta della stessa tradizione artistica, ma l’immagine archetipica è la stessa: la maternità che affronta la perdita, in una delle più antiche rappresentazioni del dolore materno nell’arte europea.
Francesco Ciusa e la Madre dell’Ucciso
Quasi tremila anni dopo, un’altra immagine di dolore materno sarebbe nata in Sardegna. Tra il 1906 e il 1907 lo scultore nuorese Francesco Ciusa realizzò un’altra “La Madre dell’Ucciso”, una scultura destinata a diventare una delle opere più intense dell’arte italiana del Novecento.
Esposta alla Biennale di Venezia del 1907, l’opera ottenne immediatamente grande successo. La scultura rappresenta una donna anziana vestita con il tradizionale abito sardo, seduta con le braccia attorno alle ginocchia in una posizione che ricorda il rito funebre della veglia, chiamato Sa Raja. Durante questo rito le donne si raccoglievano attorno al focolare spento per piangere la perdita dei propri cari. Nonostante l’enorme successo, Ciusa non ricevette un premio ufficiale alla Biennale. Tuttavia, la sua opera fu acquistata per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna, segnando comunque un trionfo per l’artista sardo.
Ciò che colpisce maggiormente nell’opera è l’intensità del volto: un dolore trattenuto, dignitoso, quasi silenzioso. Il volto è segnato dalla sofferenza, mentre le labbra serrate suggeriscono una pena troppo grande per essere espressa a parole.
L’ispirazione venne da un fatto di cronaca avvenuto a Nuoro nel 1897: l’assassinio di un giovane durante una faida. Il giovane Ciusa assistette al dolore disperato della madre della vittima. Quel ricordo lo segnò profondamente e divenne anni dopo la materia della sua opera più famosa. Oggi l’opera originale in gesso è conservata presso la Galleria Comunale d'Arte di Cagliari.
Tremila anni di arte e memoria
Il bronzetto nuragico di Urzulei e la scultura di Ciusa appartengono a epoche completamente diverse. Eppure, raccontano la stessa verità umana. In entrambe le opere la sofferenza della madre diventa simbolo di memoria, di dolore e di dignità. È come se la Sardegna avesse custodito, per millenni, questa immagine universale: la madre che protegge, piange e ricorda.
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